CORRETTA ALIMENTAZIONE:
dieta personalizzata e bilanciata
Una corretta alimentazione quotidiana, per essere definita
tale, deve essere equilibrata, varia e ricca di tutti i principi nutritivi.
Nel nostro centro vengono eseguiti gli schemi dietetici
tenendo conto di molteplici fattori quali l’età, il sesso,
l’attività lavorativa, il tempo libero e i gusti dell’individuo
al quale è indirizzato. Inoltre, vengono valutati lo stato di
salute, attraverso un’adeguata anamnesi, e le abitudini alimentari
tenute dall’individuo.
Tutte
queste informazioni permettono di stilare una dieta adeguata alle necessità
del singolo individuo che tenga conto non solo del fabbisogno energetico
giornaliero ma, possibilmente, si avvicini alle abitudini e allo stile
di vita condotto dal singolo.
Durante il dimagrimento verrà valutata la perdita
della massa grassa e della massa magra (muscoli) attraverso l’analisi
impedenziometrica.
Le regole di base per ridurre al minimo la perdita di
massa magra durante una dieta sono sicuramente fornire all’organismo
il giusto fabbisogno energetico ma anche effettuare un’adeguata
attività fisica o perlomeno condurre uno stile di vita attivo.
Presso il nostro centro è possibile ottenere il
giusto schema dietetico per un corretto dimagrimento ma anche trattamenti
che riducono stress e tensioni e migliorano tono muscolare e equilibrio
interiore.
MANTENERSI IN SALUTE CON UNA CORRETTA
ALIMENTAZIONE E UNA VITA ATTIVA:
ecco i consigli e le informazioni date dalle “LINEE
GUIDA PER UNA SANA ALIMENTAZIONE ITALIANA” - revisione 2003 -
Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione.
Il “bilancio energetico” rappresenta la
quantità di calorie o energia introdotte con gli alimenti e quelle
utilizzate dal corpo sia durante il riposo (per mantenere in funzione
i suoi organi, quali cervello, polmoni, cuore, ecc.), sia durante l'attività
fisica (per far funzionare i muscoli). Se si introduce più energia
di quanta se ne consuma, l'eccesso si accumula nel corpo sotto forma
di grasso, determinando un aumento di peso oltre la norma, sia nell'adulto
che nel bambino. Se invece si introduce meno energia di quanta se ne
consuma, il corpo utilizza le sue riserve di grasso per far fronte alle
richieste energetiche.
Quantità eccessive di grasso corporeo costituiscono un pericolo
per la salute, soprattutto per il rischio di insorgenza di alcune malattie
(quali la cardiopatia coronarica, il diabete, l'ipertensione e alcuni
tipi di cancro), di insufficienza respiratoria (apnee notturne) e delle
conseguenze “meccaniche” provocate dal sovraccarico sulle
articolazioni (colonna vertebrale, ginocchia, anche, ecc). Tanto maggiore
è l'eccesso di peso dovuto al grasso, tanto maggiore è
il rischio.
Esistono inoltre alcuni tipi di distribuzione del grasso corporeo (sul
tronco: tipico dell’uomo e della donna dopo la menopausa) in cui
il rischio per la salute, a parità di eccesso di peso, è
superiore che per altri (sui fianchi e sulle cosce: tipico delle donne
in età fertile). È quindi necessario che le persone con
tale profilo corporeo a rischio sorveglino con maggiore attenzione il
proprio peso.
L'eccesso di grasso corporeo può essere di vario grado. Il grado
più lieve viene classificato come sovrappeso. Seguono l'obesità
moderata e l'obesità grave. Il rischio per la salute diviene
più concreto nella categoria della obesità moderata, e
cresce sensibilmente con l'aumentare del peso.
Problema inverso all'obesità - ma altrettanto grave anche se
meno diffuso - è quello della magrezza. Oggi un numero crescente
di adolescenti e di giovani è incitato dai moderni modelli estetici
proposti dai mass media a ridurre il peso a valori così bassi
da non essere più compatibili con un buono stato di salute. Difatti,
quando le riserve di grasso sono eccessivamente ridotte e non si introduce
sufficiente energia con il cibo, il corpo, per far fronte alle richieste
energetiche, è obbligato a intaccare i propri muscoli ed organi
interni. Pertanto molte funzioni metaboliche ed endocrine vengono compromesse:
diminuisce la resistenza alle malattie infettive; si indeboliscono le
ossa; si può alterare la regolarità del ciclo mestruale.
Anche le facoltà mentali, l'umore e le capacità di relazioni
interpersonali sono compromesse e, nei casi più gravi, può
sopravvenire la morte. La magrezza patologica va quindi prevenuta e
combattuta. Come per l'obesità, anche per la magrezza si distinguono
vari gradi: il più leggero è classificato come sottopeso,
seguono la magrezza moderata e la magrezza grave.
L'attenzione al peso va posta sin dall'infanzia, perché il bambino
obeso ha molte probabilità di essere obeso anche da adulto. La
correzione del peso deve però essere eseguita con cautela, senza
restrizioni alimentari brusche e troppo severe che potrebbero compromettere
la crescita del bambino.Un peso stabile, che rientri nei limiti della
norma, contribuisce quindi a far vivere meglio e più a lungo.
Riportare il peso entro valori normali richiede una disciplina rigorosa
e continuativa, dato che il ritorno al peso sbagliato è frequente.
Ciò vale sia per l'obesità che per la magrezza. E' preferibile
quindi mantenere il proprio peso nella norma piuttosto che dover ricorrere
a trattamenti correttivi.
La preoccupante diffusione del soprappeso e dell'obesità nella
nostra società è in parte attribuibile al fatto che la
vita moderna promuove stili di vita estremamente sedentari, con livelli
assai ridotti di attività fisica. Passare molte ore stando seduti
(durante il lavoro o nel tempo libero) predispone all'obesità.
Ad esempio, in Italia la maggioranza dei bambini è ormai molto
sedentaria, trascorre mediamente, già all'età di 6 anni,
oltre due ore al giorno di fronte alla televisione, pratica giochi passivi
e trascura quei giochi all’aperto che sono fisicamente più
impegnativi. Solo una piccola parte dei bambini e dei ragazzi pratica
regolarmente attività sportiva. Non stupisce, quindi, che quote
crescenti della popolazione infantile italiana siano in sovrappeso o
francamente obese. Valori troppo bassi di dispendio energetico rendono
difficile mantenere l'equilibrio tra entrate ed uscite caloriche. Di
conseguenza, il raggiungimento di un peso corporeo corretto va realizzato
sia attraverso una vita fisicamente più attiva (ossia un aumento
delle uscite di energia), sia attraverso il controllo dell'alimentazione
(ossia un'equilibrata riduzione delle entrate caloriche). Una riduzione
che non deve però essere spinta oltre determinati livelli, poiché
deve essere comunque garantito l'apporto minimo di tutte le sostanze
nutritive indispensabili. La sedentarietà abituale, oltre a rappresentare
un fattore predisponente all'obesità, coinvolge anche altri aspetti
della salute. Difatti è ormai dimostrato che uno stile di vita
poco attivo rappresenta un fattore di rischio per la cardiopatia coronarica,
il diabete e il tumore del colon. Per contro, un livello medio/alto
di attività fisica è lo strumento migliore per prevenire
queste malattie e anche l’ipertensione e l'osteoporosi senile.
I bambini che si mantengono attivi durante tutto il periodo della crescita
avranno, da adulti, uno scheletro più robusto e, da anziani,
saranno più difficilmente soggetti a fratture osteoporotiche.
Il mantenimento di una vita fisicamente attiva anche in tarda età
è importante sia per ridurre e ritardare l'atrofia delle masse
muscolari ed ossee sia per aumentare i fabbisogni energetici, così
da permettere anche una alimentazione più abbondante. In tal
modo si creano le giuste condizioni per soddisfare i fabbisogni di vitamine,
minerali e altri nutrienti essenziali. Per stile di vita fisicamente
attivo, idoneo a prevenire l'obesità e gli altri rischi per la
salute, si deve intendere innanzitutto un tipo di comportamento che
dia la preferenza, nell'espletamento delle attività quotidiane,
all'uso dei propri muscoli piuttosto che all'uso di macchine. Ad esempio,
ogni qual volta è possibile, camminare invece di usare l'auto,
salire e scendere le scale piuttosto che servirsi dell'ascensore, e
così via. A completamento di tutto ciò, un adulto sano
può aggiungere, quattro o cinque volte la settimana, un'attività
fisica di almeno venti minuti, di intensità sufficiente a provocare
una evidente sudorazione. Questa attività deve rientrare nelle
normali abitudini e rappresentare un’esigenza al pari dell’igiene
della persona.
Mantenere il peso nella norma è più facile con uno stile
di vita fisicamente attivo e con il contemporaneo rispetto di semplici
regole di comportamento alimentare. Esse consistono soprattutto nella
scelta preferenziale di alimenti poveri di grassi e ad alto valore nutrizionale,
come cereali, ortaggi e frutta: ossia relativamente poche calorie, grande
volume, buon potere saziante e ottimo contenuto in sostanze nutritive.
Un uso abbondante di questi prodotti vegetali nell'alimentazione non
solo aiuta a mantenere l'equilibrio energetico, ma apporta anche vitamine,
minerali, fibra ed altri composti utili a prevenire tumori, malattie
cardiovascolari ed altre malattie invalidanti.
Cereali, legumi, ortaggi e frutta
Questi alimenti sono importanti perché apportano
carboidrati (soprattutto amido e fibra), ma anche vitamine, minerali
ed altre sostanze di grande interesse per la salute. Inoltre i cereali,
e soprattutto i legumi, sono anche buone fonti di proteine.
Numerosi studi hanno dimostrato che un’alimentazione ricca in
cereali, legumi, ortaggi e frutta protegge dalla comparsa di numerose
malattie molto diffuse nei paesi sviluppati, in particolare diverse
forme di tumore e malattie cardiovascolari (patologie delle arterie
coronarie, ipertensione, infarto), cataratta, malattie dell’apparato
respiratorio (asma e bronchiti), malattie dell’apparato digerente
(diverticolosi, stipsi), ecc.
Il consumo di adeguate quantità di frutta e ortaggi assicura,
inoltre, un rilevante apporto di nutrienti (vitamine, minerali, acidi
organici) e nello stesso tempo consente di ridurre la densità
energetica della dieta, sia perché il tenore in grassi e l’apporto
calorico complessivo sono limitati, sia perché il potere saziante
di questi alimenti è particolarmente elevato. Perché dobbiamo
consumare più cereali, legumi, ortaggi e frutta? Perché
apportano amido. I cereali e derivati sono sempre stati nell’alimentazione
italiana la fonte principale di carboidrati. In un'alimentazione equilibrata
il 60% circa delle calorie della razione dovrebbe provenire dai carboidrati,
dei quali almeno i tre quarti sotto forma di carboidrati complessi e
non più del quarto restante sotto forma di carboidrati semplici.
L'importanza dei carboidrati deriva dal fatto che vengono assorbiti
ed utilizzati dall'organismo facilmente e senza produrre scorie metaboliche,
assicurando alle cellule un rifornimento di glucosio e perciò
di energia. L’amido richiede un certo lavoro digestivo per essere
trasformato in glucosio, e per questo motivo viene assorbito più
lentamente. Invece i carboidrati semplici vengono digeriti e assorbiti
più facilmente. Di conseguenza, la presenza contemporanea dei
due tipi di carboidrati (semplici e complessi) nelle proporzioni indicate
assicura all'organismo un rifornimento di energia costante e prolungato
nel tempo, tale da evitare brusche variazioni del tasso di glucosio
nel sangue (glicemia).
I cereali e derivati, i legumi, gli ortaggi e la frutta rappresentano
inoltre buone fonti di fibra alimentare. La fibra alimentare di per
sé non ha valore nutritivo o energetico (se si eccettua la piccola
quantità di energia proveniente dagli acidi grassi formatisi
per fermentazione nel colon), ma è ugualmente molto importante
per la regolazione di diverse funzioni fisiologiche nell'organismo.
Essa è costituita per la maggior parte da carboidrati complessi,
non direttamente utilizzabili dall'organismo umano. Alcuni di questi
composti (cellulosa, emicellulosa e lignina) sono insolubili in acqua,
e agiscono prevalentemente sul funzionamento del tratto gastrointestinale,
ritardando lo svuotamento gastrico e facilitando nell'intestino il transito
del bolo alimentare e l'evacuazione delle feci. Invece altri composti
(pectine, gomme e mucillagini) sono solubili in acqua - nella quale
formano dei gel resistenti – e regolano l'assorbimento di alcuni
nutrienti (ad esempio zuccheri e grassi) riducendolo e rallentandolo,
contribuendo così al controllo del livello di glucosio e di colesterolo
nel sangue.
La fibra insolubile è contenuta soprattutto nei cereali integrali,
nelle verdure e negli ortaggi, mentre quella solubile è presente
soprattutto nei legumi e nella frutta, anche se alcuni prodotti vegetali
contengono entrambi i tipi di fibra. La fibra alimentare facilita il
raggiungimento del senso di sazietà, in quanto contribuisce ad
aumentare il volume del cibo ingerito e a rallentare lo svuotamento
dello stomaco. Inoltre sembra in grado di ridurre il rischio di insorgenza
di alcune malattie dell'intestino (quali la diverticolosi del colon)
e delle vene (quali le varici), nonchè di importanti malattie
cronico-degenerative, quali in particolare i tumori del colon-retto
(probabilmente per la diluizione di eventuali sostanze cancerogene,
per la riduzione del loro tempo di contatto con la mucosa intestinale,
e per altri meccanismi ancora da chiarire), il diabete e le malattie
cardiovascolari (probabilmente regolando i livelli ematici di glucosio
e di colesterolo).
L'introito raccomandato di fibra è intorno ai trenta grammi/giorno,
quantità superiore a quella che attualmente si assume in Italia.
Per raggiungere i livelli raccomandati è bene consumare più
spesso alimenti ricchi in fibra invece di ricorrere a prodotti dietetici
concentrati in fibra.
I prodotti ortofrutticoli sono un’ottima fonte di alcune vitamine:
ad esempio l’arancia, il pomodoro e il kiwi di vitamina C e folati,
la carota, l’albicocca, gli ortaggi a foglia verde di pro-vitamina
A, i legumi e i cereali di tiamina, niacina e folati. Sono anche una
fonte importante di minerali (gli ortaggi a foglia verde di calcio e
ferro, la patata e il pomodoro di potassio), anche se l’assorbimento
di questi ultimi è in genere inferiore rispetto a quello degli
stessi minerali contenuti negli alimenti di origine animale.
Gli effetti benefici del consumo di frutta, ortaggi e legumi dipendono
anche dal fatto che alcuni loro componenti svolgono una azione protettiva,
prevalentemente di tipo antiossidante, che si esplica contrastando l’azione
dei radicali liberi, i quali sono in grado di alterare la struttura
delle membrane cellulari e del materiale genetico (il DNA), aprendo
la strada a processi di invecchiamento precoce e a tutta una serie di
reazioni che sono all’origine di diverse forme tumorali. Questa
azione protettiva, oltre che dai componenti già ricordati (vitamine
e minerali), è svolta anche da altri componenti, i quali, pur
presenti in quantità relativamente ridotte, sono egualmente molto
attivi dal punto di vista biologico attraverso svariati meccanismi:
il principale di questi è appunto quello antiossidante. Tra le
diverse classi di antiossidanti presenti nei prodotti ortofrutticoli
freschi i più comuni sono: - l’acido ascorbico (la vitamina
C) - i carotenoidi (i pigmenti dalla colorazione gialla, arancione e
rossa di cui sono ricchi i vegetali e i frutti giallo-arancio - per
la presenza di ß-carotene - e quelli rossi come il pomodoro -
per la presenza di licopene) - i composti fenolici (presenti in elevata
concentrazione praticamente in tutti gli alimenti di origine vegetale
e nell’uva e, quindi, nel vino) - i tocoferoli (presenti nei semi
oleosi e negli ortaggi a foglia verde).
Il consumo di frutta e vegetali può, inoltre, assicurare un apporto
rilevante di alcuni minerali (quali selenio e zinco) che rientrano nei
sistemi di difesa antiossidante dell’organismo. Altre sostanze
in essi presenti sono state studiate in relazione ai loro potenziali
effetti di prevenzione nei confronti del cancro. Ad esempio, diverse
classi di composti solforati facilitano a livello cellulare l’eliminazione
di sostanze cancerogene: gli isotiocianati e i ditioltioni di cui sono
ricche le verdure della famiglia delle crocifere come broccolo, cavolfiore,
cavolo, gli allilsolfuri di cui è ricco l’aglio, ecc. Le
crocifere sono, inoltre, ricche in indoli, che sembrano avere una certa
efficacia nel contrastare lo sviluppo di tumori, mentre la soia è
tra i pochi alimenti fonti di isoflavoni, fitoestrogeni che sembrano
inibire la crescita di alcune cellule tumorali. Vanno poi ricordati
i folati, vitamine di cui sono ricche le verdure a foglia, alcuni agrumi
e altri vegetali, i quali insieme ad altre vitamine del gruppo B, possono
contribuire a ridurre nel sangue il livello di omocisteina, un noto
fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. Una loro adeguata
assunzione da parte delle donne in età fertile protegge inoltre
dalla comparsa di difetti del tubo neurale (spina bifida) nel feto.
Infine, l’assunzione di livelli elevati di potassio, di cui sono
ricche frutta e verdura, è stata associata a un ridotto tasso
di mortalità da infarto.
É molto importante sottolineare che finora nessuno studio ha
dimostrato che la somministrazione dei singoli componenti sotto forma
di integratori possa dare gli stessi effetti benefici che sono associati
all’ingestione di frutta e vegetali. Di conseguenza, si pensa
che tali effetti siano dovuti soprattutto all’azione congiunta
e sinergica di molteplici costituenti, molti dei quali probabilmente
ancora da individuare, presenti nell’alimento. Questa azione sembra
venir meno nel momento in cui tali composti benefici vengono ad essere
ingeriti singolarmente ed in forma relativamente concentrata (integratori,
ecc.)
Come comportarsi: • Consuma quotidianamente più porzioni
di ortaggi e frutta fresca, e aumenta il consumo di legumi sia freschi
che, avendo sempre cura di limitare le aggiunte di oli e di grassi,
che vanno eventualmente sostituiti con aromi e spezie. • Consuma
regolarmente pane, pasta, riso ed altri cereali (meglio se integrali),
evitando di aggiungere troppi condimenti grassi. • Quando puoi,
scegli prodotti ottenuti a partire da farine integrali e non con la
semplice aggiunta di crusca o altre fibre (leggi le etichette). “Varia
spesso le tue scelte a tavola”.
Grassi: scegli la qualità
e limita la quantità
Per stare bene è necessario introdurre con l'alimentazione
una certa quantità di grassi, ma è altrettanto opportuno
non eccedere, cosa che invece spesso si verifica nell’alimentazione
degli italiani. I grassi, oltre a fornire energia in maniera concentrata
(9 calorie/g, cioè più del doppio rispetto a proteine
e carboidrati), apportano acidi grassi essenziali della famiglia omega-6
(acido linoleico) e della famiglia omega-3 (acido linolenico) e favoriscono
l’assorbimento delle vitamine liposolubili A, D, E, K e dei carotenoidi.
Un eccessivo consumo di grassi nell’alimentazione abituale rappresenta
invece un fattore di rischio per l’insorgenza di obesità,
malattie cardiovascolari e tumori. Le quantità di grassi che
assicurano un buono stato di salute variano da persona a persona, a
seconda del sesso, dell'età e dello stile di vita: una quantità
indicativa per l'adulto è quella che apporta dal 20-25% delle
calorie complessive della dieta (per soggetti sedentari) fino ad un
massimo del 35% (per soggetti con intensa attività fisica). Così,
ad esempio, in una dieta da 2100 calorie quelle da grassi possono variare
da 420 a 700, corrispondenti a 46-78 grammi. Per i bambini di età
inferiore ai 3 anni, invece, la quota di grassi alimentari nella dieta
può essere più elevata.
Le quantità di grassi presenti negli alimenti, sia in forma visibile
(grasso del prosciutto, della bistecca, ecc.) che invisibile (grasso
del formaggio, ecc.), variano da un prodotto all'altro e vanno da valori
molto bassi (intorno all'1% in svariati prodotti vegetali e in certe
carni e pesci particolarmente magri) fino a valori molto alti nei condimenti:
l'85% nel burro e nella margarina e il 100% in tutti gli oli . Tutti
i grassi sono uguali sul piano dell'apporto di energia, ma sul piano
della qualità possono essere molto diversi. Infatti varia la
loro composizione chimica, ed in particolare quella in acidi grassi
(che possono essere saturi, insaturi, trans). La diversa qualità
dei grassi può avere effetti importanti sullo stato di nutrizione
e di salute dell’uomo.
I grassi dei cibi ad elevato tenore di acidi grassi saturi tendono a
far innalzare il livello di colesterolo nel sangue ancor più
di quanto non faccia l’apporto alimentare del colesterolo stesso.
Fra questi alimenti rientrano soprattutto i prodotti lattiero-caseari
(formaggi, latte intero, panna, burro), le carni grasse e i loro derivati
e certi oli vegetali (olio di palma e soprattutto olio di cocco).
I grassi dei cibi ad elevato tenore di acidi grassi insaturi non fanno
innalzare il livello di colesterolo nel sangue. Questi alimenti sono
rappresentati soprattutto da oli vegetali (di semi e di oliva), noci,
nocciole, olive e pesce. I grassi insaturi comprendono sia i monoinsaturi
che i polinsaturi.
L’olio di oliva è particolarmente ricco in monoinsaturi
soprattutto acido oleico, il quale presenta due vantaggi: fa diminuire
il livello nel sangue delle lipoproteine a bassa densità LDL
e VLDL - che trasportano quella parte di colesterolo che tende a permanere
nel sangue e a depositarsi sulle pareti delle arterie (“colesterolo
cattivo”) – e non modifica, o addirittura fa aumentare,
i livelli di un altro tipo di lipoproteine: le HDL, che operano utilmente
per rimuovere il colesterolo dal sangue e dai depositi nelle arterie
e per avviarlo alla eliminazione (“colesterolo buono”).
L’olio di semi è generalmente ricco in polinsaturi del
tipo omega-6, efficaci anch’essi nel diminuire il livello delle
LDL e delle VLDL nel sangue.
I grassi del pesce sono ricchi in acidi grassi polinsaturi del tipo
omega-3, capaci di far diminuire nel sangue tanto il livello dei trigliceridi
quanto la capacità di aggregazione delle piastrine (ossia il
rischio di trombosi), proteggendo così l’organismo dalla
possibile insorgenza di malattie cardiovascolari. Gli acidi grassi insaturi
potrebbero anche svolgere un ruolo nella prevenzione di alcune forme
di tumori.
Gli acidi grassi trans tendono a far innalzare il livello di colesterolo
nel sangue, favorendo inoltre l’aumento del “colesterolo
cattivo” rispetto al “colesterolo buono”. Sono presenti
naturalmente nei prodotti ricavati dagli animali ruminanti (carni e
latte) o possono formarsi durante alcuni trattamenti industriali dei
grassi vegetali e quindi trovarsi negli alimenti trasformati che li
contengono.
Quando la quantità di colesterolo presente nel sangue - e soprattutto
quella del colesterolo trasportato nelle lipoproteine a bassa densità
(LDL e VLDL) – raggiunge valori elevati, aumenta il rischio che
si verifichino danni di tipo aterosclerotico a carico di importanti
arterie e organi vitali, tali da facilitare - soprattutto se in presenza
anche di altri fattori di rischio, quali fumo, eccesso di peso, sedentarietà,
ecc. - la comparsa di gravi malattie. In tali circostanze sono particolarmente
a rischio le arterie coronariche e il cuore, fino all'infarto e alla
morte improvvisa.
Per prevenire questi possibili danni e proteggere la nostra salute è
fondamentale controllare la quantità e la qualità dei
grassi consumati e le calorie totali della dieta. Infatti, studi condotti
in tutto il mondo hanno dimostrato che ridurre in generale la quantità
di grassi alimentari (e in particolare di grassi saturi), del colesterolo
e delle calorie ingerite permette spesso di abbassare livelli troppo
elevati di colesterolemia, diminuendo così la probabilità
di incorrere nelle malattie ad essi associate.
I grassi alimentari, e soprattutto quelli insaturi, vanno utilizzati
preferibilmente a crudo, perché tendono ad alterarsi facilmente
per azione del calore e dell'ossigeno dell'aria, dando luogo alla formazione
di composti potenzialmente dannosi. È pertanto opportuno scegliere
metodi di cottura che non prevedano un eccessivo riscaldamento dei grassi,
e comunque evitare le temperature troppo elevate e i tempi di cottura
eccessivamente lunghi.
Secondo le più recenti raccomandazioni, è necessario che
nella nostra alimentazione i grassi siano mediamente presenti in modo
tale da apportare una quantità compresa tra il 20-25% e il 30%
della quota calorica giornaliera complessiva. Per quanto riguarda la
loro qualità, la ripartizione suggerita è la seguente:
Acidi grassi saturi non più del 7-10% delle calorie totali
Acidi grassi monoinsaturi fino al 20% delle calorie totali
Acidi grassi polinsaturi circa il 7% delle calorie totali con un rapporto
Omega-6/Omega-3 intorno a 5:1.
• Modera la quantità di grassi ed oli che usi per condire
e cucinare. Utilizza eventualmente tegami
antiaderenti, cotture al cartoccio, forno a microonde, cottura al vapore,
ecc.
• Limita il consumo di grassi da condimento di origine animale
(burro, lardo, strutto, panna, ecc.).
• Preferisci i grassi da condimento di origine vegetale: soprattutto
olio extravergine d'oliva e oli di
semi.
• Usa i grassi da condimento preferibilmente a crudo ed evita
di riutilizzare i grassi e gli oli già cotti.
• Non eccedere nel consumo di alimenti fritti.
• Mangia più spesso il pesce, sia fresco che surgelato
(2-3 volte a settimana).
• Tra le carni, preferisci quelle magre ed elimina il grasso visibile.
• Se ti piacciono le uova ne puoi mangiare fino a 4 per settimana,
distribuite nei vari giorni.
• Se consumi tanto latte, scegli preferibilmente quello scremato
o parzialmente scremato, che
comunque mantiene il suo contenuto in calcio.
• Tutti i formaggi contengono quantità elevate di grassi:
scegli comunque quelli più magri, oppure
consumane porzioni più piccole.
• Se vuoi controllare quali e quanti grassi sono contenuti negli
alimenti, leggi le etichette.
Zuccheri, dolci bevande
zuccherate: nei giusti limiti
Il sapore dolce è legato ad una serie di sostanze
sia naturali che artificiali. Quelle naturali appartengono per lo più
alla categoria dei carboidrati semplici o zuccheri (i carboidrati complessi,
come l’amido, sono privi di sapore dolce). Quelle artificiali
sono rappresentate da molecole di diversa natura chimica.
Nell’alimentazione abituale le fonti più importanti di
zuccheri sono gli alimenti e le bevande dolci. Lo zucchero comune (saccarosio)
si ricava per estrazione sia dalla barbabietola che dalla canna da zucchero,
che ne rappresentano le fonti più ricche. È presente naturalmente
nella frutta matura e nel miele, che contengono anche fruttosio e glucosio.
Il latte contiene un altro zucchero, il lattosio. Il maltosio è
uno zucchero presente in piccole quantità nei cereali; si può
inoltre formare dall’amido per processi di idrolisi, fermentazione
e digestione. Gli zuccheri sono facilmente assorbiti ed utilizzati,
sia pure con diversa rapidità.
Il consumo di zuccheri, specialmente se assunti da soli, provoca quindi
in tempi brevi un rapido innalzamento della glicemia (ossia della concentrazione
di glucosio nel sangue) che tende poi a ritornare al valore iniziale
(curva glicemica) entro un periodo più o meno lungo. E’
questo “rialzo glicemico” il meccanismo che compensa la
sensazione di stanchezza fisica e mentale e il senso di fame che si
avvertono lontano dai pasti o in tutte quelle situazioni in cui si ha
una ipoglicemia o “calo degli zuccheri”. Esso è però
un evento svantaggioso per chi, come i soggetti diabetici, ha difficoltà
ad utilizzare il glucosio a livello cellulare. Tuttavia anche nelle
diete di soggetti diabetici è possibile includere gli zuccheri
e i dolci, purchè consumati in quantità controllate e
nell’ambito di un pasto, ossia accompagnati da altri alimenti
e soprattutto da fibra alimentare che ne rallentino l’assorbimento,
evitando così la comparsa di picchi glicemici troppo elevati.
Gli zuccheri semplici possono essere consumati come fonti di energia
per l’organismo, nei limiti del 10-15% dell’apporto calorico
giornaliero (corrispondenti, per una dieta media di 2100 calorie, a
56- 84 grammi). Particolare attenzione va fatta nei casi di diabete
o in quelli di intolleranza (piuttosto diffusa quella al lattosio).
Tutti gli zuccheri sono fonti di energia e non tutti hanno la stessa
intensità di sapore dolce. Così, in confronto al saccarosio,
il fruttosio è circa una volta e mezza più dolce, mentre
il lattosio e il glucosio lo sono di meno (0,5 e 0,3 volte rispettivamente).
Agli zuccheri sono state attribuite dirette responsabilità nel
provocare la carie dentaria. In realtà a determinare quest’ultima
sarebbero non solo le quantità, ma anche le modalità di
consumo. Se infatti è vero che i microrganismi presenti nel cavo
orale, fermentando facilmente i carboidrati, determinano la formazione
di acidi che possono attaccare la superficie dei denti e quindi dare
inizio alla lesione cariosa, è altrettanto vero che, per il verificarsi
di quest’ultimo evento, è necessaria una permanenza del
cibo nel cavo orale abbastanza lunga da determinare l’attacco
alla superficie dentaria. In sostanza, il rischio di formazione di carie
dentarie è tanto più elevato quanto più frequentemente
si consumano cibi contenenti zuccheri, sia da soli che insieme all’amido,
e quanto più a lungo questi rimangono in bocca prima di lavarsi
i denti. Pertanto, oltre che da una limitazione nel consumo di zuccheri
e dolci, il pericolo della carie viene ridotto da una opportuna e sollecita
igiene orale, specialmente se accompagnata da adeguati apporti di fluoro
e di calcio che favoriscono la formazione di uno smalto compatto e resistente.
Fra gli alimenti dolci occorre fare una distinzione. Alcuni (prodotti
da forno) apportano insieme agli zuccheri anche carboidrati complessi
(amido) e altri nutrienti. Altri, invece, sono costituiti prevalentemente
da saccarosio e/o da grassi (caramelle, barrette, cioccolata, ecc.).
Per appagare il desiderio del sapore dolce è preferibile perciò
consumare i primi. Il loro uso va comunque attentamente controllato
nel quadro della dieta complessiva giornaliera, tenendo conto del loro
apporto calorico e nutritivo.
In passato era stato ipotizzato che esistesse una correlazione diretta
tra consumo di zuccheri ed insorgenza di obesità, diabete e malattie
cardiovascolari. Queste ipotesi sono state in seguito smentite da studi
successivi e da indagini più approfondite. Rimane però
valida la considerazione che un consumo troppo elevato di zuccheri può
portare ad un regime dietetico squilibrato e/o eccessivo sotto il profilo
energetico, tale da facilitare la eventuale comparsa delle malattie
sopra indicate.
I SOSTITUTI DELLO ZUCCHERO
Dotati di sapore dolce sono anche certi composti naturali appartenenti
alla categoria dei polialcoli, quali il sorbitolo (presente naturalmente
in alcuni frutti), lo xilitolo e il maltitolo. Questi composti, avendo
un potere calorico inferiore a quello degli zuccheri ed essendo meno
fermentescibili, sono stati impiegati al posto dello zucchero comune
per realizzare alcuni prodotti ipocalorici (alimenti e bevande “light”
o “senza zucchero”) ed allo scopo di prevenire la carie.
Anche vari altri composti, artificialmente prodotti e dotati di un forte
potere dolcificante (da 30 a 500 volte quello dello zucchero), vengono
impiegati per dolcificare alimenti e bevande ipocaloriche, in quanto,
alle dosi usate, risultano praticamente privi di potere calorico (ciclamati,
aspartame, acesulfame, saccarina).
Va sottolineato che il consumo dei sostituti dello zucchero, pur se
ormai entrato nell’uso corrente, non è affatto indispensabile,
neppure nei casi in cui si seguano regimi ipocalorici per la riduzione
del peso. Infatti l’uso di questi edulcoranti non permette da
solo di ridurre il peso corporeo se non si diminuisce la quantità
totale di calorie introdotte con la dieta e non si aumenta l’attività
fisica.
In ogni caso, pur se sostanzialmente innocui nelle dosi consentite dalla
normativa vigente, gli edulcoranti sostitutivi dello zucchero possono
avere limitazioni d’uso, per cui ne vanno controllate sia la presenza
che le eventuali controindicazioni attraverso la lettura dell’etichetta.
Il loro uso è comunque sconsigliato fino al 3° anno di età
e durante la gravidanza e l’allattamento. Particolare attenzione
va riservata ai bambini di età superiore ai 3 anni, ai quali
la eventuale somministrazione di prodotti contenenti dolcificanti deve
essere fatta con cautela.
FALSE CREDENZE SUGLI
ZUCCHERI
Non è vero che il consumo di zuccheri provochi disturbi nel comportamento
del bambino. Approfonditi studi hanno smentito l’ipotesi che lo
zucchero (saccarosio) provochi alterazioni del comportamento, quali
iperattvità. Inoltre, il consumo dello zucchero non ha influenza
sulle capacità di apprendimento. Non è vero che il valore
calorico e le caratteristiche nutritive dello zucchero grezzo siano
diverse da quelle dello zucchero bianco. Lo zucchero grezzo (che si
ricava sia dalla canna da zucchero che dalla barbabietola) è
semplicemente uno zucchero non totalmente raffinato: le differenze di
colore e sapore dipendono dalla presenza di piccole quantità
di residui vegetali (melassa) che non vantano particolari significati
nutrizionali. Non è vero che i succhi di frutta “senza
zuccheri aggiunti” siano privi di zuccheri. Contengono comunque
gli zuccheri naturali della frutta – saccarosio, fruttosio e glucosio
- nella misura dell’8-10% e quindi forniscono circa 70 kcal per
bicchiere (200cc). Le caramelle “senza zucchero”, in quanto
dolcificate con polialcoli (sorbitolo, xilitolo, e maltitolo), inducono
un effetto lassativo nell’adulto quando il loro consumo supera
20 g/giorno, pari a circa 10 caramelle. Non è vero che i prodotti
“light” o “senza zucchero” non facciano ingrassare
e quindi possano essere consumati liberamente. Molti di questi prodotti
apportano calorie anche in notevole quantità. Leggi attentamente
l’etichetta nutrizionale e ricordati che l’uso di questi
alimenti induce un falso senso di sicurezza che porta a consumare quantità
eccessive sia degli alimenti “light” che degli alimenti
normali.
• Utilizza in quantità controllata i prodotti
dolci da spalmare sul pane o sulle fette biscottate (quali
marmellate, confetture di frutta, miele e creme)
• Limita il consumo di prodotti che contengono molto saccarosio,
e specialmente di quelli che si attaccano ai denti, come caramelle morbide,
torroni, ecc. Lavati comunque i denti dopo il loro consumo.
• Se vuoi consumare alimenti e bevande dolci ipocalorici dolcificati
con edulcoranti sostitutivi, leggi sull’etichetta il tipo di edulcorante
usato e le avvertenze da seguire.
Bevi ogni giorno acqua
in abbondanza
Nell’organismo umano l’acqua rappresenta
un costituente essenziale per il mantenimento della vita, ed è
anche quello presente in maggior quantità. La sua presenza è
indispensabile per lo svolgimento di tutti i processi fisiologici e
le reazioni biochimiche che avvengono nel nostro corpo. Inoltre, l’acqua
entra nella struttura di varie sostanze e agisce da solvente per la
maggior parte dei nutrienti (minerali, vitamine idrosolubili, aminoacidi,
glucosio, ecc.), svolgendo un ruolo essenziale nella digestione, nell’assorbimento,
nel trasporto e nella utilizzazione degli stessi nutrienti.
L’acqua è anche il mezzo attraverso il quale l’organismo
elimina le scorie metaboliche, ed è indispensabile per la regolazione
della temperatura corporea. Inoltre, l’acqua agisce come “lubrificante”
e ha funzioni di ammortizzatore nelle articolazioni e nei tessuti, mantiene
elastiche e compatte la pelle e le mucose, (la cui funzionalità
dipende da un giusto grado di idratazione) e garantisce la giusta consistenza
del contenuto intestinale. Dato che in pratica non vi è alcun
sistema all’interno dell’organismo che non dipenda direttamente
dall’acqua, è facile intuire che mantenere un giusto equilibrio
del nostro “bilancio idrico” (rapporto tra le “entrate”
e le “uscite” di acqua) è fondamentale per conservare
un buono stato di salute nel breve, nel medio e nel lungo termine. Come
tutte le sostanze chimiche che compongono il nostro corpo, l’acqua
viene persa e consumata continuamente, e quindi deve essere di continuo
reintegrata dall’esterno. I principali mezzi attraverso i quali
il nostro organismo
Il nostro organismo è formato principalmente da acqua. Nel neonato
l’acqua rappresenta il 75% circa del peso corporeo. Questa frazione
percentuale diminuisce fino all’età adulta, quando si stabilizza
intorno al 55-60% del peso corporeo. Nell’anziano si ha una ulteriore
diminuzione della quantità di acqua totale corporea, sia come
valore assoluto che come frazione percentuale. Le differenze tra i sessi
si evidenziano a partire dalla adolescenza. La donna, infatti, avendo
una maggiore percentuale di tessuto adiposo (povero di acqua), ha percentualmente
una minore quantità di acqua.
Approssimativamente il 75% dei muscoli e degli organi interni e il 10%
del tessuto adiposo sono costituiti da acqua. Lo stesso scheletro è
costituito per oltre il 30% da acqua. Il 66% del totale dell’acqua
presente nel nostro organismo è localizzato all’interno
delle cellule e ne determina il volume e il turgore. Il 6-7% è
presente nel plasma, il 2% nella linfa e il 23-25% è acqua extracellulare,
localizzata negli spazi esistenti tra le cellule.
Ciò che mantiene l’equilibrio idrico sono il meccanismo
della sete (che regola la quantità di acqua da ingerire) e il
riassorbimento dell’acqua nei reni (che regola la quantità
di acqua eliminata con le urine). Il meccanismo della sete ha però
un tempo di risposta ritardato, e spesso interviene solo quando la perdita
di acqua è già stata tale da provocare i primi effetti
negativi. Inoltre a volte (particolarmente negli individui anziani)
il meccanismo della sete funziona male, e quindi molte persone rischiano
di non rimpiazzare adeguatamente e tempestivamente le perdite di acqua.
Il fabbisogno di acqua per adulti e anziani è approssimativamente
di 1 ml di acqua per ogni chilocaloria alimentare introdotta nel corso
della giornata. Per i bambini, i quali sono maggiormente a rischio di
disidratazione, il fabbisogno è maggiore, e corrisponde approssimativamente
ad 1.5 ml/kcal/giorno. Il primo sintomo della disidratazione è
la secchezza della bocca. Poi, mano a mano che lo stato di disidratazione
aumenta, sia la pelle che le mucose (comprese quelle dell’occhio)
diventano secche e asciutte e compaiono senso di affaticamento, mal
di testa, arrossamento della pelle, crampi muscolari, perdita di appetito,
intolleranza al calore, apatia. Se lo stato di disidratazione è
ancora più grave, si possono avere vertigini, nausea e vomito,
tachicardia, diminuzione del livello di attenzione e di concentrazione
e sdoppiamento della visione, fino a perdita di conoscenza e rischio
di coma.
Il centro della sete si trova nel cervello. Con un meccanismo estremamente
complesso e sensibile raccoglie ed elabora vari segnali provenienti
da diversi tipi di recettori localizzati in varie parti del corpo. In
linea di massima il senso di sete è determinato dalla disidratazione
delle cellule nervose. Altri fattori che contribuiscono ad aumentare
la sensazione della sete sono la secchezza della bocca e la diminuzione
del volume del sangue. Per contro, la distensione dello stomaco provoca
un minore desiderio di bere.
L’acqua non contiene calorie, ed ogni variazione a breve termine
del peso corporeo dovuta a maggiore perdita o a maggiore ritenzione
di acqua è ingannevole e momentanea.
Quindi, il tentativo di contenere il peso mediante il razionamento dell’acqua
è assolutamente inutile, oltre ad essere rischioso per il nostro
stato di salute. In condizioni normali le perdite giornaliere di acqua
nell’individuo adulto si aggirano intorno al 3-4% del peso corporeo
(2-2.5 litri). È comunque importante rilevare che queste perdite
sono tanto più elevate quanto più l’individuo è
di giovane età, con un picco nei primi mesi di vita, durante
i quali le perdite giornaliere di acqua raggiungono il 15% del peso
corporeo. Di conseguenza i bambini sono un altro gruppo di popolazione
particolarmente esposto al rischio della disidratazione, qualora non
si provveda a reintegrare adeguatamente e tempestivamente l’acqua
perduta.
Come comportarsi:
• Asseconda sempre il senso di sete e anzi tenta di anticiparlo,
bevendo a sufficienza, mediamente 1.5-2 litri di acqua al giorno. Ricorda
inoltre che i bambini sono maggiormente esposti a rischio di disidratazione
rispetto agli adulti.
• Bevi frequentemente e in piccole quantità. Bevi lentamente,
soprattutto se l’acqua è fredda: infatti un brusco abbassamento
della temperatura dello stomaco può creare le condizioni per
pericolose congestioni.
• Le persone anziane devono abituarsi a bere frequentemente nell’arco
della giornata, durante e al di fuori dei pasti, anche quando non avvertono
lo stimolo della sete.
Una disidratazione del solo 1% del peso corporeo si
ripercuote sull’attività e sulle performances fisiche del
nostro organismo. Se la disidratazione sale al 2% vengono alterati la
termoregolazione e il volume plasmatico e comincia a manifestarsi il
senso di sete. Con una disidratazione intorno al 5% compaiono crampi,
debolezza, maggiore irritabilità, mentre intorno al 7% si possono
avere malessere generale, profonda debolezza e anche allucinazioni.
Con il 10% vi è concreto rischio di insorgenza del colpo di calore,
e comincia ad essere messa in pericolo la stessa sopravvivenza. Uno
stato persistente di disidratazione compromette sia le capacità
fisiche che quelle mentali del nostro organismo. Inoltre aumenta il
rischio di calcoli renali, il rischio di contrarre tumori del colon
e dell’apparato urinario (vescica, prostata, reni) e il rischio
di prolasso della valvola mitrale. L’anziano è particolarmente
vulnerabile; la disidratazione in questa fascia di età è
associata ad una compromissione generale dello stato di salute.
Noi perdiamo acqua attraverso le urine, le feci, la sudorazione e la
respirazione. Con le urine un adulto medio ne elimina intorno ai 1300
ml/giorno. Con le feci la perdita di acqua si aggira mediamente sui
150 ml al giorno. Nell’adulto medio le perdite di acqua attraverso
l’aria espirata e attraverso l’evaporazione dalla cute (perspirazione)
e la sudorazione assommano normalmente a circa 600-1000 ml/giorno, in
funzione delle condizioni ambientali (un aumento di temperatura da 24
a 31 °C determina il raddoppio di questa quantità), delle
condizioni fisiologiche (un incremento della temperatura corporea di
2°C comporta il raddoppio delle perdite di acqua attraverso la perspirazione)
e, ovviamente, del livello di attività fisica. Il sudore è
il principale meccanismo attraverso il quale il nostro organismo mantiene
l’equilibrio termico (l’evaporazione del sudore fa raffreddare
la nostra cute e, conseguentemente, il nostro corpo).
• L’equilibrio idrico deve essere mantenuto bevendo essenzialmente
acqua, tanto quella del rubinetto quanto quella imbottigliata, entrambe
sicure e controllate. Ricorda che bevande diverse (come aranciate, bibite
di tipo cola, succhi di frutta, caffè, tè) oltre a fornire
acqua apportano anche altre sostanze che contengono calorie (ad esempio
zuccheri semplici) o che sono farmacologicamente attive (ad esempio
caffeina). Queste bevande vanno usate con moderazione.
• È sbagliato evitare di bere per il timore di sudare eccessivamente
(sudare è fondamentale per regolare la temperatura corporea)
o di ingrassare (l’acqua non apporta calorie).
Noi assumiamo acqua attraverso le bevande (mediamente 800-2000 ml al
giorno) e gli alimenti (500-900 ml al giorno). Inoltre l’organismo
produce acqua mediante i processi di ossidazione dei carboidrati (0.6
g di acqua per ogni grammo di carboidrati ossidato) e dei grassi (1.1
g di acqua per ogni grammo di acido grasso ossidato) e di degradazione
delle proteine (0.4 g di acqua per ogni grammo di proteine), per un
totale approssimativo di 300 ml di acqua “metabolica” al
giorno.
Il contenuto di acqua degli alimenti è estremamente variabile:
frutta, ortaggi, verdura e latte sono costituiti per oltre l’85%
da acqua; carne, pesce, uova, formaggi freschi ne contengono il 50-80%;
pane e pizza sono costituiti per il 20-40% da acqua; pasta e riso cotti
ne contengono il 60-65%. Infine, biscotti, fette biscottate, grissini
e frutta secca ne contengono meno del 10%. Pochissimi alimenti (olio,
zucchero) sono caratterizzati dalla pressochè totale assenza
di acqua.
Durante lo svolgimento di una moderata attività fisica la sudorazione
si aggira, nella maggior parte delle persone, intorno a 1-2 litri per
ora. In casi particolari si può però arrivare a 4-6 litri/ora.
La sudorazione inoltre determina anche perdita di sali minerali (soprattutto
sodio, cloro e potassio). Nel caso di attività fisica non agonistica,
una dieta equilibrata e sana, ricca di frutta, di verdura e di acqua,
è più che sufficiente a reintegrare i sali persi.
• Durante e dopo l’attività fisica
bevi per reintegrare prontamente e tempestivamente le perdite dovute
alla sudorazione, ricorrendo prevalentemente all’acqua.
• In determinate condizioni patologiche che provocano una maggiore
perdita di acqua (ad esempio
gli stati febbrili o ripetuti episodi di diarrea), l’acqua perduta
deve essere reintegrata adeguatamente e tempestivamente.
FALSE CREDENZE SULL’ACQUA
Non è vero che l’acqua vada bevuta al di fuori dei pasti.
Al limite, se si eccede nella quantità si allungheranno di un
poco i tempi della digestione (per una diluizione dei succhi gastrici),
ma una adeguata quantità di acqua (non oltre i 6-700 ml) è
utile per favorire i processi digestivi, perché migliora la consistenza
degli alimenti ingeriti.
Non è vero che l’acqua faccia ingrassare. L’acqua
non contiene calorie, e le variazioni di peso dovute all’ingestione
o eliminazione dell’acqua sono momentanee e ingannevoli.
Non è vero che bere molta acqua provochi maggiore ritenzione
idrica. La ritenzione idrica dipende più dal sale e da altre
sostanze contenute nei cibi che consumiamo che dalla quantità
di acqua che ingeriamo.
Non è vero che occorra preferire le acque oligominerali rispetto
alle acque maggiormente mineralizzate per mantenere la linea o “curare
la cellulite”. I sali contenuti nell’acqua favoriscono l’eliminazione
di quelli contenuti in eccesso nell’organismo. Nei bambini, in
particolare, sarebbe bene non utilizzare le acque oligominerali in modo
esclusivo, ma bisognerebbe alternarle con quelle più ricche di
minerali, in quanto una diuresi eccessiva può impoverire di sali
minerali un organismo in crescita.
Non è vero che il calcio presente nell’acqua non sia assorbito
dal nostro organismo. Ricerche recenti dimostrano il contrario. La capacità
dell’intestino umano di assorbire il calcio contenuto nelle acque
(spesso presente in quantità consistente) è considerata
addirittura simile a quella relativa al calcio contenuto nel latte
Non è vero che il calcio presente nell’acqua favorisca
la formazione dei calcoli renali. Le persone predisposte a formare calcoli
renali devono bere abbondantemente e ripetutamente nel corso della giornata,
senza temere che il calcio contenuto nell’acqua possa favorire
la formazione dei calcoli stessi: anzi, è stato dimostrato che
anche le acque minerali ricche di calcio possono costituire al riguardo
un fattore protettivo.
Non è vero che l’acqua gasata faccia male. Né l’acqua
naturalmente gasata né quella addizionata con gas (normalmente
anidride carbonica) creano problemi alla nostra salute, anzi l’anidride
carbonica migliora la conservabilità del prodotto. Solo quando
la quantità di gas è molto elevata si possono avere lievi
problemi in individui che già soffrano di disturbi gastrici e/o
intestinali.
Non è vero che le saune facciano dimagrire. Le saune fanno semplicemente
eliminare sudore. Lo stesso organismo provvederà a reintegrare
prontamente le perdite, cosicché nell’arco di poche ore
il peso tornerà ad essere esattamente quello di prima.
Il Sale? Meglio poco
Sia il sapore che le proprietà biologiche del
sale comune (cloruro di sodio) sono legate principalmente al sodio;
ogni grammo di sale contiene circa 0,4 g di sodio. In condizioni normali
il nostro organismo elimina giornalmente da 0,1 a 0,6 g di sodio. Questa
quantità va reintegrata con la dieta. Tuttavia, non è
necessaria l’aggiunta di sale ai cibi, in quanto già il
sodio contenuto in natura negli alimenti è sufficiente a coprire
le necessità dell’organismo. Solo in condizioni di sudorazione
estrema e prolungata i fabbisogni di sodio possono aumentare. Ogni giorno
l'adulto italiano ingerisce in media circa 10 g di sale (cioè
4 g di sodio), quindi molto più (quasi dieci volte) di quello
fisiologicamente necessario.
Un consumo eccessivo di sale può favorire l’instaurarsi
dell’ipertensione arteriosa, soprattutto nelle persone predisposte.
Elevati apporti di sodio aumentano il rischio per alcune malattie del
cuore, dei vasi sanguigni e dei reni, sia attraverso l’aumento
della pressione arteriosa che indipendentemente da questo meccanismo.
Un elevato consumo di sodio è inoltre associato ad un rischio
più elevato di tumori dello stomaco, a maggiori perdite urinarie
di calcio e quindi, probabilmente, ad un maggiore rischio di osteoporosi.
Di conseguenza, ridurre gli apporti di sale può essere un’importante
misura sia preventiva che curativa per molte persone.
Studi recenti hanno confermato che un consumo medio di sale al di sotto
di 6 g al giorno, corrispondente ad una assunzione di circa 2,4 g di
sodio, rappresenta un buon compromesso tra il soddisfacimento del gusto
e la prevenzione dei rischi legati al sodio.
Le fonti di sodio nell'alimentazione sono di varia natura: - il sodio
contenuto allo stato naturale negli alimenti (acqua, frutta, verdura,
carne, ecc.) - il sodio contenuto nel sale aggiunto nella cucina casalinga
o a tavola - il sodio contenuto nei prodotti trasformati (artigianali
e industriali) nonché nei consumi fuori casa.
Tra i prodotti trasformati, la principale fonte di sale nella nostra
alimentazione abituale è rappresentata dal pane e dai prodotti
da forno (biscotti, crackers, grissini, ma anche merendine, cornetti
e cereali da prima colazione). Si tratta di alimenti che comunemente
non vengono considerati come possibili apportatori di sale, ma che invece
ne contengono più di quanto pensiamo.
Infatti i derivati dei cereali sono una fonte importante di sale, perché
li consumiamo tutti i giorni e in quantità più elevate
rispetto, per esempio, agli insaccati, ai formaggi, alle conserve di
pesce o alle patatine fritte, che in assoluto contengono maggiori quantità
di sale ma sono consumati in quantità minori. Anche alcuni condimenti
utilizzati in sostituzione o in aggiunta al sale sono ricchi di sodio.
È il caso, per esempio, del dado da brodo (anche sotto forma
di granulato), del ketchup e della salsa di soia. È quindi auspicabile
moderare l’uso di questi condimenti.
Ridurre la quantità di sale che si consuma giornalmente non è
difficile, soprattutto se la riduzione avviene gradualmente. Infatti
il nostro palato si adatta facilmente, ed è quindi possibile
rieducarlo a cibi meno salati. Entro pochi mesi, o addirittura settimane,
questi stessi cibi appariranno saporiti al punto giusto, mentre sembreranno
troppo salati quelli conditi nel modo precedente. Le spezie e le erbe
aromatiche possono sostituire il sale o almeno permettere di utilizzarne
una quantità decisamente minore, conferendo uno specifico aroma
al cibo e migliorandone le qualità organolettiche. Il succo di
limone e l’aceto permettono di dimezzare l’aggiunta di sale
e di ottenere cibi ugualmente saporiti, agendo come esaltatori di sapidità.
Come detto, il sale alimentare è costituito da cloruro di sodio,
il quale può essere ricavato dall’acqua di mare (sale marino)
oppure estratto dalle miniere derivanti dalla lenta evaporazione di
antichi bacini marini (salgemma). Dal sale “grezzo”, dopo
un procedimento di raffinazione che elimina la maggior parte degli altri
sali presenti, si ottiene il "sale raffinato" (“grosso”
e “fino”) contenente solo cloruro di sodio. E’ disponibile
in commercio sale iodato (sia “fino” che “grosso”),
che non va confuso con il “sale marino” o il “sale
integrale”. Il sale iodato è semplicemente sale comune
al quale è stato aggiunto iodio sotto forma di ioduro e/o iodato
di potassio. Non è un prodotto dietetico destinato a particolari
categorie di individui, ma un alimento che dovrebbe diventare di uso
corrente.
Come comportarsi:
• Riduci progressivamente l’uso di sale sia a tavola che
in cucina.
• Preferisci al sale comune il sale arricchito con iodio (sale
iodato).
• Non aggiungere sale nelle pappe dei bambini, almeno per tutto
il primo anno di vita.
• Limita l’uso di condimenti alternativi contenenti sodio
(dado da brodo, ketchup, salsa di soia, senape, ecc.)
• Insaporisci i cibi con erbe aromatiche (come aglio, cipolla,
basilico, prezzemolo, rosmarino, salvia, menta, origano, maggiorana,
sedano, porro, timo, semi di finocchio) e spezie (come pepe, peperoncino,
noce moscata, zafferano, curry).
• Esalta il sapore dei cibi usando succo di limone e aceto.
• Scegli, quando sono disponibili, le linee di prodotti a basso
contenuto di sale (pane senza sale, tonno in scatola a basso contenuto
di sale, ecc.).
• Consuma solo saltuariamente alimenti trasformati ricchi di sale
(snacks salati, patatine in sacchetto, olive da tavola, alcuni salumi
e formaggi).
• Nell’attività sportiva moderata reintegra con la
semplice acqua i liquidi perduti attraverso la sudorazione.